Franco Martinucci ha il merito di riproporci un sistema di lavorazione che, nel nostro Salento, si tramanda di padre in figlio: l’intaglio della pietra leccese, di questa materia grezza su cui cesella la propria impronta scavando atmosfere, tracciando il soliloquio delle attese, levigando il silenzio, stagliando ambienti, trasfigurando vissuti e visioni antiche in composizioni genuine nel messaggio poetico.

La sua è, quindi, un’arte antica ripresentata con linguaggio autonomo e forte tensione emotiva: tensione che si accentua nel modellamento delle finestre che, a fatica, dischiude per uscire fuori da se stesso ed esprimere, senza convenzioni, le sue movenze interiori.

Non a caso Martinucci si è innamorato, infatti, della pietra leccese che, duttile com’è, facilita la sua autoproiezione liberatoria, gli consente di contrapporre all’imperante tecnologia la quiete della natura arcaica, l’amore per la casa, per la propria donna a cui riconosce parità di diritti rilevabili dalla posizione delle figure costruite, talvolta, con manierismo narrativo e, tal’altra, con essenziale invenzione formale.

C’è in Martinucci il gozzaniano rimpianto per le “piccole cose di pessimo gusto”, una sensualità tutta mediterranea, una quotidianità investita di soffio lirico istintivo, immediato.

La chiave di lettura delle sue opere, dense di realismo, è da ricercarsi, dunque, nella suggestione che riesce a trovare nella realtà minore, ma essenziale, nella sicurezza che le mura domestiche gli offrono, nei pensieri mescolati ai desideri che lo travagliano e Martinucci affonda nella pietra leccese trasformandoli ora in elementi decorativi, ora in motivi paesaggistici, ora in scene figurate scevre da elucubrazioni intellettuali che rappresentano la propria poetica.

È l’amore per la vita, per la terra, per tutto ciò ch’è genuino, infatti, il leit-motiv delle composizioni formali che Martinucci ci propone, in ampi spazi bianchi, per sottolineare il suo credo, la sua dimensione meditativa, i suoi valori intimi, la sua autodifesa, il rifiuto degli aspetti alienanti della civiltà contemporanea e del disordine socio-morale del quale l’uomo è protagonista e succube.

Un messaggio il suo per chi, avendo orecchi, vuole intendere.

Flora Russo

(dalla Presentazione inserita nel catalogo della mostra di Franco Martinucci tenuta a Lecce nella Galleria “La Tavolozza” dal 20 al 30 aprile 1991)

Franco Martinucci è un valente autodidatta che si è dedicato con genialità valla scultura. Le sue sculture “a tutto tondo” con svariate raffigurazioni, in pietra viva leccese, lavorate e levigate nei minimi dettagli, evidenziano una ricchissima e inconfutabile splendidezza.

Antonio Toma

Franco Martinucci coniuga con perfetta simbiosi la pietra leccese con altri materiali quali il legno e il ferro, avvolgendo i volumi entro linee sinuose, semplici, spontanee.

Salvatore Beccarisi

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il galatino n17 23ott2020 1