L’acufene

Avevamo scritto (il Galatino dell’11 aprile scorso),mutuando con imperdonabile irriverenza il titolo di quel delicato, straordinario film di Scola, Una giornata particolare, per denunciare, in modo garbato e rispettoso dei ruoli e delle Istituzioni, l’andazzo, scanzonato e casereccio, con cui viene svolto in questo Comune (salvo, fortunatamente, tantissime lodevoli eccezioni) il mercato al minuto di frutta, verdura e ortaggi, sia in forma fissa che ambulante.

Avevamo anche paventato il pericolo igienico per la possibile presenza di inquinanti (particolato atmosferico, benzene, monossido di carbonio ecc.), a causa della esposizione sulle strade (specialmente se interessate da intenso traffico) e all’esterno degli esercizi commerciali di derrate alimentari, senza alcuna protezione.

Avevamo anche richiamato l’attenzione sull’esistenza di un Regolamento comunale di Igiene (ancora in vigore, credo) colpevolmente dimenticato nei cassetti e ignorato da tutti (controllori, controllati e clienti).

Non avevamo la pretesa (o presunzione) che tutto potesse cambiare dall’oggi al domani.

Ma che qualcosina, solo qualcosina, potesse muoversi. Questo sì.

Ma invano!

Tutto è rimasto come prima. Anzi…

Speravamo che il Palazzo, oltre alle processioni, ai concerti, al ballo de li tre zzippi, alle inaugurazioni, alle esposizioni canine, alla visita di cortesia ai Cinesi e al sopralluogo sul cantiere del Cavallino Bianco, si preoccupasse anche di questo.

Ma, a prescindere da quanti leggano a Galatina “il Galatino”, è possibile che nessuno degli addetti ai lavori (compreso il Palazzo e i Dirigenti, cu lla còppula o meno) abbia mai letto quel regolamento comunale (artt. 215 e seguenti), per rendersi conto, motu proprio, che si tratta di omissione dei doveri d’ufficio.

Tutti gli addetti ai lavori sono pagati, credo, perché controllino, fra l’altro, che anche le leggi e i regolamenti d’igiene non siano violati.

L’omissione, cui facciamo riferimento, non riguarda il codice penale (per carità!), ma solo l’etica e la consapevolezza (o meno) di aver compiuto il proprio dovere. Questo sì!

E per questo ci sorge un dubbio.

Possibile che nessuno, al momento dell’accredito del proprio stipendio, o indennità, senta un discreto, personale, riservato ronzio nelle orecchie (il “tinnìtus”, come dicono gli esperti, o “li fìschianu le ricchie”, come dicono rretu ‘llu Ràttulu)?

Se sì, delle due l’una.

O Lor Signori hanno bisogno di un confessore per la cura dell’anima, o di un otorino per la cura dell’acufene.

Se no, solo una: sono delle inossidabili facce di bronzo.

Tertium non datur!

Chissà perché.

La Cucchiara