Il Salento è stanco. Aveva ragione Lucio Romano quando verseggiava sui luoghi della sua vita. In particolare nella raccolta "Sul calar della sera" (1958-1964) in cui questa stanchezza è così impregnata di nostalgie e legami da riuscire a stemperarsi tra i profumi e i ricordi, senza però perdersi.

“Il Salento è stanco/ stanco di fare la fame,/ è stanco d’essere in pena,/ di vivere in attesa:/ per questo i suoi figli/ sognano le tute azzurre/ delle officine, abbandonano/ la terra, migrano nel Nord,/ ove il sudore si vende/ a un prezzo più onesto”.

E oggi? Si continua a scappare, ma con sogni che lacerano quelle tute azzurre e aspirano a soddisfazioni diverse. Forse semplicemente a un consono riconoscimento.

Eh sì, perché l’impegno mastica a fatica quello che riesce a mettersi in bocca e rimane comunque con lo stomaco vuoto. Il più delle volte. Qui è così, qui niente è destinato a cambiare. Lo dicono voci anziane, ma lo gridano ancor di più voci inesperte che spesso per fare la differenza hanno aspettato che “l’altro” prendesse l’iniziativa.

Allora mi vengono in mente le braccia spossate del contadino, il suo pianto avvertito solo dalle sue zolle aride. Immagini che Lucio Romano riusciva a disegnare con la semplicità di parole chiare.

Credo che adesso sia il momento più giusto per tornare a piegarsi sulla terra, a imparare a prendersi cura di lei. A non scappare.

“Vai meglio a zappare”, si dice quando in qualche modo si vuole offendere chi riteniamo buono a nulla. Che errore commettiamo! Arare, seminare, raccogliere frutti, non sono azioni che chiunque possa fare. Sono adatte solo a chi ha una sensibilità tale da farsi attraversare dalla fatica senza esserne travolto. Solo a chi riesce a donarsi pienamente, senza aspettarsi nulla in cambio.

Tornare alla terra per tornare ad amare un territorio che, quando sembra chiudere ogni opportunità, lascia andare, soffrendo la perdita, ma attende il ritorno e accoglie sempre senza remore.

Forse l’esperienza dell’abbandono dovrebbe essere provata in prima persona da tutti, almeno una volta, perché a vagare nella lontananza si impara a guardare con un’attenzione nuova chi e cosa si ha accanto nella vicinanza.

Le grandi aspirazioni ci iniettano il coraggio, ci fanno viaggiare, ci fanno conoscere e imparare, ma qualche volta rompono la bussola che stringevamo in mano prima di metterci in cammino e si rischia di perdere l’orientamento. Ritrovare la strada di casa diventa difficile, l’ennesimo atto di coraggio. Ma il volto rigenerato con cui la si respira al ritorno aiuta l’ingegno e i desideri di migliorare ciò che ci appartiene.

Stiano attenti coloro che dal proprio nido non vogliono muovere neanche una piuma e se ne stanno avvinghiati alle proprie convinzioni con il forte rischio di criticare chi a morire di mera speranza proprio non ci sta e, dopo aver sperimentato che concretizzarla è possibile, prova a ricaricarla.

Il Salento è stanco. Ma è stanco di chiacchiere che riecheggiano dai soliti pulpiti. Vuole figli volenterosi che se decidono di fuggire lo fanno per prendere e riportare, ma che, se decidono di rimanere, alle proprie radici danno il valore più autentico.

Iniziando dalla terra, che risponde ai nostri problemi con silenzi eloquenti che nei colori e nei sapori cancellano qualche delusione e purificano la mente.

Ai soliti noti che penseranno che con queste parole io voglia spingere tutti i salentini a diventare contadini, spero di risparmiare un po’ di bile. Tranquilli, rimane in me la convinzione che il mondo è bello perché è vario. E ognuno ha una precisa dote da sviluppare, associata a un tatto e a un sentire che variano inevitabilmente da persona a persona. Io per prima non sono certo esperta di agricoltura.

Ma per apprezzare pienamente l’intera vita di mio zio trascorsa dietro viti assetate nella polvere sabbiosa, perle rosse pronte a diventare sugo, erba e pietre dure nel soffocare le spighe, ho impiegato più di 35 anni. Un po’ troppo.

Ulivo

Un abbraccio di nodi e storia. Dolore che si arrampica, vita che si dimena.
Il tuo tronco è pianta, ma è anche uomo perché si disegna sull’immaginazione che le forme del tuo essere stuzzicano.

Piccoli frutti che quasi si perdono tra i colori e i bagliori, ma che si trasformano in sangue dorato sotto la forza della pietra che fa stillare profumi unici.

Ti guardo al passaggio e la fretta lascia in me solo uno strascico di ammirazione.

Poi mi fermo e ti imprimo nel cielo che ti fa da cornice.

Quella figura che ti avvinghia sono forse io, attaccata alla mia terra.

La porto con me, nel mio viaggio dalla meta non definita.

(Da Strabismi, photo di Raffaella Calso, con testi di Valentina Chittano, dicembre 2012)