Un po’ casualmente, per l’invito di una persona amica, lunedì 14 febbraio 2016 ho assistito a un incontro-dibattito sul turismo a Firenze, organizzato dalla Fondazione Cassa di Risparmio, Gruppo Banca Intesa, in una fascinosa sala affrescata in Palazzo Incontri, a pochi passi dal Duomo. La ragione dell’incontro era la presentazione di uno studio sulla gestione del turismo a Firenze dell’economista Piero Barucci, già ministro delle finanze nel primo governo Amato e nel governo Ciampi. Il sindaco Dario Nardella ha commentato, accogliendo alcuni aspetti, criticando altri, mostrando la propria visione del fenomeno.

Ne scrivo qui perché ritengo che alcune delle considerazioni emerse nell’incontro si applichino – con le dovute proporzioni, sia chiaro – anche alla città di Galatina che da un po’ risente di un’esposizione mediatica forse anche inattesa ma crescente, che finisce con alimentare il turismo, di per sé talvolta risorsa, talaltra problema, in dipendenza dal modo con cui si gestisce. Sintetizzo per punti.

  1. Del turismo si ha tendenzialmente una visione emozionale in dipendenza dalle proprie inclinazioni e dagli interessi. Poterlo gestire in modo fruttuoso dipende dalla possibilità di superare gli aspetti puramente emozionali.
  2. La questione fondamentale è la sostenibilità del turismo i cui costi sono distribuiti su tutta la popolazione (non si dimentichi), fosse solo indirettamente, attraverso le spese dell’amministrazione i cui fondi dipendono dalle tasse pagate dai cittadini, mentre i benefici sono pertinenti a un numero ristretto di persone, rispetto alla popolazione della città.
  3. Ciò che è necessario armonizzare è la visione di città per il turismo con quella di città per i cittadini residenti. La capacità di armonizzare i due concetti rende minimo il malcontento e permette di protrarre nel tempo un profitto ottenuto con mezzi che non hanno alla lunga effetti distruttivi. La questione, quindi, è che chi amministra abbia capacità di visione prospettica.
  4. Un’altra questione cruciale riguarda la decisione di quale tipo di turista favorire. Ciò che appare utile è la tendenza ad attirare e a favorire la presenza di un turista che abbia coscienza, anche solo autoindotta, dell’ambiente che intende visitare.  In breve, la ricetta pare essere meno persone – più notti. Pur nel desiderio generale di accoglienza che non escluda a priori anche il turista fugace, quello che si ferma per poche ore al traino di un evento itinerante, o comunque localizzato in una giornata, appare più utile incoraggiare una minore numerosità dei flussi a scapito di una più prolungata permanenza e quindi capacità di spesa differente.
  5. Il processo diventa virtuoso se vi è educazione reciproca tra il residente e il turista. Ciascuno di noi, infatti, non ha mancato probabilmente di rivestire entrambi i ruoli in circostanze diverse.
  6. È conveniente favorire con appropriate iniziative un turismo cognitivo e consapevole.
  7. Per questo è necessario offrire e pretendere qualità. È necessario preservare l’identità e l’integrità del luogo, valorizzando la tradizione con consapevolezza, senza ripresentare elementi della tradizione per averli soltanto orecchiati, qualche volta perfino distrattamente, com’è successo con la taranta, ad esempio. Quest’aspetto è necessario per attirare ciò che ho già chiamato turismo cognitivo e consapevole, perché il turismo in sé può generare una percezione di perdita d’identità nella popolazione residente. E il conseguente senso di smarrimento, per così dire, è poi percepito dall’esterno e riduce l’attrattività dell’ambiente che si propone al turista.

Un’attenta valutazione di questi fattori appartiene alla politica, cioè alla gestione della polis. Che la riflessione si tramuti in azione costruttiva per lo sviluppo della città è un aspetto che appartiene alla capacità della classe dirigente: intendo quella politica, amministrativa, economica, culturale.

Più in generale, la smania di farsi avanti per occupare un ruolo, senza la consapevolezza profonda della capacità necessaria per sostenere proprio quel ruolo, finisce col danneggiare la comunità nel medio e lungo periodo; così come accade per l’amministratore che si limita a mantenere una posizione solo per assicurare la gestione a una segreteria di partito, quale esso sia, di un altro pezzo di territorio, senza porsi realmente il problema di come quel territorio possa crescere in qualità di vita e almeno non diminuire la prosperosità del proprio tessuto sociale. Tutto ciò riguarda il saper fare, la qualità dei singoli e dei gruppi che si propongono di influenzare la gestione della città. Su questo deve riflettere l’amministratore, soprattutto se non riesce a rispondere a domande serene che la comunità cittadina, o parte di essa, pone talvolta anche con pervicacia. Su questo deve riflettere chi fa informazione. Su questo deve riflettere chi propone un programma elettorale. Su questo deve riflettere chi vota nel momento in cui esercita la sua scelta, nella speranza che essa emerga da consapevolezza, alimentata da conoscenza, da riflessione, da sensibilità, nei gradi in cui questi aspetti si presentano in ciascuno.